Alex Saab, un diplomatico sequestrato. Un documentario sulla vicenda

Geraldina Colotti

Comincia con immagini di forte impatto, il documentario Alex Saab, un diplomatico sequestrato, realizzato dalla giornalista Karen Mendez, produzione esecutiva di Pedro Carvajalino, edito da Bunker: le violenze di piazza dell’estrema destra venezuelana, le cosiddette “guarimbas”, durante le quali quelli che, dai media egemonici venivano definiti “pacifici manifestanti contro la dittatura”, bruciavano vivi le persone per strada, solo per avere la pelle scura e indossare una maglietta rossa. Gli scaffali vuoti dei supermercati, conseguenza della guerra economica imposta dagli Usa e dai loro alleati. E poi l’attentato con i droni, compiuto il 4 agosto del 2018 durante un atto pubblico, che avrebbe potuto provocare una strage, uccidendo i vertici politici e militari della rivoluzione bolivariana.

“Tutte le opzioni sono sul tavolo”, disse allora il presidente nordamericano Donald Trump, stringendo la mano ai suoi burattini preferiti: il presidente colombiano, Ivan Duque, oggi mandato in pensione dal voto popolare, che ha eletto finalmente un governo di sinistra, quello di Gustavo Petro e Francia Marquez, e l’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, Juan Guaidó.

“Vi annuncio 52 milioni di dollari per nuovi fondi per aiutare il governo a interim”, dissero i funzionari dell’amministrazione Usa, esibendosi insieme ai rappresentanti della banda di ladroni – in quel caso Carlos Vecchio e Julio Borges – in fuga dalla giustizia venezuelana, e tronfi per essere a un passo dal mettere le mani sul bottino.

Seguono le immagini dell’invasione mercenaria, tentata a maggio del 2020 via Colombia, e sventata dall’unione civico-militare. Allora, furono, infatti i pescatori di Chuao a catturare i marines, rei confessi e tutt’ora detenuti in Venezuela.

“Più sanzioni, più pressione!”, chiedeva intanto l’opposizione all’estero, nella persona del golpista Leopoldo Lopez, che vive nel lusso a Madrid, mentre continua a chiedere fame e morte per il proprio paese. Intanto, i rappresentanti del governo bolivariano denunciavano con forza presso tutte le istanze internazionali che le “sanzioni” sono un crimine, come attestato anche dal rapporto della relatrice indipendente Onu, Alena Douhan.

Con precisione e efficacia, la regista restituisce il crescendo dell’assedio multiforme imposto al Venezuela per “ottenerne il collasso, anche a prezzo della sofferenza della popolazione”, come sfacciatamente ha dichiarato Washington. Come un pugno nello stomaco, le testimonianze raccolte indicano con semplicità e chiarezza le drammatiche conseguenze del bloqueo: la mancanza di 8 medicine su 10, la carenza di cibo e le morti provocate, impensabili qualche anno prima in un paese che aveva sconfitto la fame e l’analfabetismo, realizzando anzitempo le “mete del millennio”.

Emerge però con altrettanta chiarezza la resistenza di un popolo cosciente, che ha appoggiato il suo governo, smorzando le aspettative imperialiste, e rafforzandosi in dignità e creatività. Tra i commenti, quelli del padre Numa Molina, che racconta come alcuni piccoli pazienti gravi non abbiano potuto continuare a curarsi all’estero (anche in Italia), per via del sequestro di due grandi imprese venezuelane, la Citgo (filiale di Pdvsa) negli Stati Uniti, e la Monomeros in Colombia, nonché a causa del furto degli attivi venezuelani all’estero, mediante vere e proprie operazioni di pirateria delle banche europee e nordamericane. “Dove stanno i difensori dei diritti umani?”, chiede Molina, puntando il dito sulla complicità dei grandi media e sull’ipocrisia dei rappresentanti Onu.

Camilla Fabri, moglie del diplomatico sequestrato, che vive in Venezuela insieme ai suoi figli, racconta le difficoltà imposte al paese in piena pandemia, “perché agli Stati uniti non importa la sofferenza del popolo, pur di raggiungere gli obiettivi”.

L’avvocata Laila Tajeldine, che fa parte del team difensivo del diplomatico e coordina il movimento internazionale per la sua liberazione, presenta la figura del suo assistito, anche con immagini di repertorio, che mostrano la sua collaborazione con il governo bolivariano, come rappresentante legale del Fondo globale di costruzioni. Un diplomatico accreditato che ha messo a disposizione l’infrastruttura necessaria per importare medicine, alimenti e carburanti al paese sotto assedio.

“Nel 2018 – dice Laila mostrando il documento – Saab è nominato inviato speciale del Venezuela, abilitato a svolgere un certo numero di azioni umanitarie per conto del governo”. Intanto, scorrono sullo schermo le immagini della distribuzione delle borse Clap, i Comitati di rifornimento e produzione, ideati da Maduro per far fronte alla guerra economica, portando direttamente nelle case gli alimenti di prima necessità, con l’aiuto della Forza Armata Nazionale Bolivariana. Intanto, la campagna mediatica internazionale cercava di demonizzare il Clap, dicendo che le borse erano solo per i chavisti, e che i prodotti contenuti erano scaduti. Epperò, dicono le testimonianze, correvano a procurarsi il Clap, seppur dichiarando che “era mangiare per il cane”. In verità – afferma una chavista – “i cani rabbiosi erano loro, los escualidos”.

Alex Saab non solo portò alimenti e medicine, ma facilitò anche le importazioni di petrolio dall’Iran, prontamente sequestrato dagli Stati uniti, che sanzionavano e minacciavano chiunque volesse commerciare con il Venezuela.

“Gli Stati Uniti videro l’allegria del popolo venezuelano e si chiesero: chi sta dietro a tutto questo? E individuarono Alex, che diventò un obiettivo”, racconta Camilla, circondata dai bambini a cui la fondazione Alex Saab dedica attenzione in Venezuela, accompagnando l’azione del governo. I funzionari Usa – ricorda Camilla – hanno confessato i loro obiettivi in un libro: volevano sequestrare Saab per sapere come aveva fatto a “burlare” le loro sanzioni, e convincerlo a tradire il Venezuela: cosa che, nonostante pressioni di ogni tipo, il diplomatico ha rifiutato di fare.

Nel 2018, il Venezuela e gli Usa avevano ancora relazioni diplomatiche, le rompono a gennaio del 2019 dopo l’autoproclamazione di Guaidó. A luglio Trump impone la sua prima sanzione a Saab mediante la Ofac, l’organizzazione deputata al controllo del riciclaggio, per obbligarlo a smettere di rifornire i Clap. Sanzionano anche i suoi fratelli e i suoi figli, al compimento del diciottesimo anno di età. Comincia anche un’indagine in Italia contro Camilla Fabri che – dice l’interessata – “non ha né capo né coda, non esiste reato presunto, né mi hanno dato la possibilità di difendermi”.

Durante una sosta tecnica nel viaggio di ritorno da Teheran verso Caracas, le autorità di Capo Verde fanno scendere a forza dall’aereo il diplomatico. “L’unico peccato di Alex – dice padre Numa, chiedendo al papa Bergoglio di intervenire per difendere un uomo generoso e innocente – è quello di essersi messo dalla parte di un popolo assediato”, mettendo a rischio la sua sicurezza, per giunta quando gli stava per nascere un’altra bambina.

Un sequestro e una detenzione doppiamente illegale, non solo per la violazione dello status diplomatico di Saab, ma anche perché – come ribadiscono vari testimoni accreditati – non esisteva né allerta rossa dell’Interpol, né ordine di arresto degli Stati Uniti. Nonostante questo, Capo Verde ha ignorato tutte le richieste e le prove fornite, violando, per ordine degli Usa, la legalità internazionale, e creando un pericoloso precedente. In particolare – spiega l’esperto Onu Alfred de Zayas -, è stato violato l’articolo 29 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Un caso politico, secondo tutti gli esperti, e anche secondo le dichiarazioni spocchiose dei media di destra.

Torturato in due carceri di Capo verde, costretto a dormire sul cemento e fra gli topi e insetti e a indossare lo stesso pantalone con cui era stato arrestato. In una lettera letta da Camilla, Alex racconta: “Mi hanno messo un cappuccio in testa e mi hanno torturato per farmi firmare una dichiarazione di estradizione volontaria”. I medici, i legali e una Ong di Capo Verde che ha potuto visitarlo, poi scomparsa, accertano le conseguenze delle torture, inflitte da persone evidentemente nordamericane a un malato di tumore com’è Alex, a cui sono state impedite le cure.

Camilla racconta la successione di pressioni e di violenze, ma anche la generosità del marito, che pur nelle condizioni di privazione in cui si trovava, chiedeva che si aiutinassero gli altri detenuti che stavano con lui. Lo racconta un ex compagno di detenzione di Alex, che ricorda anche il dolore provato dal diplomatico, dopo la morte dei genitori per covid.

Il documentario mostra i due pronunciamenti della Cedeao, le cui decisioni sono vincolanti per i paesi membri, come Capo Verde, che però decise di sottostare al ricatto Usa e non dar seguito alla giustizia. Denuncia anche l’attività persecutoria del portale Armando.info.

“Abbiamo vissuto un secondo sequestro – spiega Camilla – quando, dopo aver visto un twitter che mostrava un aereo Usa mentre atterrava a Capo Verde e annunciava l’estradizione del diplomatico, ho chiamato la sorella di Alex che poteva visitarlo, che ha potuto verificare il mio timore”. A ridosso delle elezioni a Capo Verde, poi vinte dal candidato di sinistra che aveva promesso di rispettare le decisioni della Cedeao, gli Usa decisero di accelerare il secondo sequestro di Alex Saab. Il governo bolivariano decise allora di interrompere il dialogo con l’opposizione in Messico, nominando il diplomatico mediatore ufficiale nelle trattative, e continuando a chiedere la sua liberazione.

Negli Usa, cade completamente la montatura contro il diplomatico, cadono tutte le accuse. Resta in piedi quella di “cospirazione”. Per evitare di decidere sull’immunità di Alex Saab, gli Usa continuano a tutt’oggi a procrastinare le udienze.

 

 

 

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